In quei terribili anni Settanta, qualche anno prima di trasferirmi a Cuneo, abitavo a Milano e la tragica vicenda di Sergio Ramelli è ben incisa nella mia memoria. Sergio aveva due anni più di me e abitava non lontano da casa mia. Io di anni ne avevo solo sedici, ma ricordo bene le scritte intimidatorie e offensive, la città annichilita dalla paura, le saracinesche abbassate, i volantini e gli slogan deliranti fuori dal liceo (“colpirne uno per educarne cento”, “uccidere un fascista non è reato”).
Soprattutto ricordo il giorno del suo funerale. Non c’erano il sindaco o le autorità a rendere omaggio a quel ragazzo di 18 anni ucciso solo perché aveva un’idea “scomoda” ai più. Al posto loro, però, avevano mandato la polizia in assetto da guerra, ma non per difendere gli amici di Sergio, bensì per impedire loro di seguirne il feretro…
Che Italia era quella, che lasciava che i suoi figli fossero uccisi e che non avessero neppure diritto ad un funerale tranquillo? Era un Paese stretto nella morsa della viltà e del conformismo, stritolato dal macigno della omologazione marxista, appiattito dal dilagare di una violenza quotidiana. Era l’Italia che preparava il “compromesso storico” per aprire le porte del Governo ai comunisti, i quali avevano a lungo preparato e atteso quel momento: dalle violenze del dopoguerra; agli scontri di Genova del 1960 per far cadere il Governo Tambroni, fino agli scioperi dell’autunno caldo del 1969, alla occupazione delle Università, alla conquista ideologica dei grandi giornali, dei palazzi di Giustizia, delle caserme, persino dei seminari…
Era anche l’Italia degli “opposti estremismi”, delle stragi “ad orologeria” che servivano per incolpare, discriminare ed emarginare l’unica area politica di opposizione. Bombe e stragi per le quali – è bene ricordarlo – a distanza di oltre trent’anni, non si sono ancora identificati con certezza né gli esecutori né, soprattutto, i mandanti.
Era un’Italia sull’orlo del baratro, con l’inflazione che galoppava oltre il 20 per cento e i governi che cambiavano ogni pochi mesi. Un’Italia che tanta gente come me stentava a riconoscere come Patria. La vicenda di Sergio Ramelli è, dunque, una delle tante storie drammatiche di quegli anni Settanta, ma è emblematica di tanti altri drammi vissuti dal popolo italiano. Merito di questo libro è quello di saperla ricostruire esclusivamente attraverso documenti ufficiali, testimonianze, articoli di giornali, atti processuali, confessioni. Una documentazione solo apparentemente fredda, in realtà spietata, che rende ancora più angosciante la lettura.
Altro che “anni formidabili” come ci vorrebbe tramandare il dogma progressista, altro che anni di “presa di coscienza sociale” come millanta chi vuole chiudere gli occhi delle generazioni future perché non comprendano i meccanismi ideologici che generarono odio, violenza e terrorismo; meccanisimi che, invece, in queste pagine, appaiono ben chiari, lucidissimi, agghiaccianti nella loro elementare follia.
Ed ecco spiegato perché il solo nome di Sergio Ramelli fa “ancora paura”, proprio perché apre uno squarcio di verità su uno dei tanti “buchi neri” di questo interminabile, angosciante, oscuro dopoguerra italiano.
La sua doveva essere una delle tante storie da cancellare, da dimenticare, così come, per esempio, erano state cancellate e dimenticate per oltre cinquant’anni le Foibe. Ma questo spiega anche il successo di questo libro che, a modo suo, è un piccolo, grande “caso editoriale” perché, nonostante sia stato diffuso in oltre 15.000 esemplari nelle sue varie edizioni, non lo avreste mai potuto trovare nelle librerie! Pensare che, nell’era della comunicazione globale, un libro possa ancora essere conosciuto solo grazie al “passa parola” e diffuso in migliaia di esemplari esclusivamente passando di mano in mano fa comunque effetto e deve indurre a riflettere con attenzione sulla cappa di conformismo culturale e di omologazione politica che ancora oggi opprime la cultura e l’editoria italiana, nonostante i profondi cambiamenti politici in atto.
Dunque sono passati quasi trent’anni dalla morte di quel ragazzo diciottene, ma il suo nome oggi, fortunatamente, è diventato un simbolo, un esempio positivo per le generazioni a venire. Molte città gli hanno dedicato vie e parchi; una compagnia teatrale fiorentina ha messo in scena il suo dramma rappresentandolo in tutta Italia; migliaia di persone hanno imparato, leggendo questa storia “che fa ancora paura”, a riconoscere i pericoli dell’odio e della cieca violenza generati da una ideologia che disumanizza l’avversario trasformandolo in nemico da abbattere.
Per noi che abbiamo militato sotto le stesse insegne di Sergio, però, il suo nome, insieme a quello degli altri venti martiri anticomunisti di quegli anni terribili, è anche l’emblema del sacrificio di quanti, difendendo con coraggio e con coerenza le loro idee e il diritto di esprimerle, hanno difeso e preservato la Libertà di tutti gli italiani. Grazie Sergio!

Cuneo: 28 ottobre 2004

William Casoni
Vice presidente della Regione Piemonte